MI VIVI DENTRO, ALESSANDRO MILAN. Recensione.


Titolo: Mi vivi dentro
Autore: Alessandro Milan
Editore: DeA Planeta
Pubblicazione: 23 gennaio 2018
Genere: Narrativa
Prezzo: € 8,99 ebook; € 17,00 cartaceo



Sei mesi fa non ci avrei scommesso un centesimo. Invece ce l’abbiamo fatta. Siamo qui, siamo vivi, siamo una famiglia.


Tutto comincia alle sei di mattina, in radio, dove due giornalisti assonnati si danno il turno. Lui sta cercando di svegliarsi con un caffè, lei sta correndo a casa dopo aver lavorato tutta la notte. E succede che nella fretta i due scambiano per errore i loro cellulari. Si rivedono qualche ora più tardi e da un dialogo quasi surreale nasce un invito al cinema, poi a una mostra, un aperitivo, una gita in montagna. Francesca è bassina, impertinente, ha i capelli biondi arruffati e due occhioni blu che illuminano il mondo. È una forza della natura, sempre in movimento, sempre allegra: per questo la chiamano Wondy, da Wonder Woman. Alessandro è scherzoso e un po’ goffo, si lascia travolgere da Francesca e dall’amore che presto li lega. Con lei, giorno dopo giorno impara a vivere pienamente ogni emozione, a non arretrare di fronte alle difficoltà. E così, insieme, con una forza di volontà che somiglia a un superpotere, si troveranno a combattere la più terribile delle battaglie, quella che non si può vincere. Ma anche dopo la morte sono tante le cose che restano: due figli, un gatto, un bonsai, tanti amici e, soprattutto, una straordinaria capacità di assorbire gli urti senza rompersi mai. Anzi, guardando sempre avanti, col sorriso sulle labbra.
Non è una favola, quella di Alessandro e di Wondy. È però una storia piena di speranza, di amore, di attaccamento alla vita; un inno alla resilienza, quella da esercitare quotidianamente. Perché le storie più belle non hanno il lieto fine: semplicemente non finiscono. #MiViviDentro


Mi vivi dentro è la storia di Alessandro e Francesca. Una storia d’amore, come le altre. La storia di un grande amore, un incontro, una scintilla che scocca, il coronamento di un sogno. Una vita insieme, una famiglia, due figli, poi la malattia. Come un fulmine a ciel sereno, come quel sassolino nella scarpa che a volte neanche ti accorgi di avere ma che di tanto in tanto torna a farsi sentire, a far male.
È aprile del 2001 quando Francesca prende per sbaglio il cellulare di Alessandro, identico al suo, e se lo porta a casa. Alessandro si accorge dello scambio, chiama al suo numero di cellulare e comunica a Francesca che c’è stato un errore, che quello è il suo telefono. Va sotto casa sua e lì, per la prima volta, nota quella ragazza dai capelli biondi e dal carattere forte. Francesca è una tipetta niente male, come lei ne ha incontrate poche.
Poi un cinema, poi un’uscita ancora e infine l’amore. Nel frattempo la vita toglie ad Alessandro suo fratello, che da tempo era malato.
Alessandro e Francesca si sposano, nascono Angelica e Mattia. Poi il calvario della malattia, di un tumore che non regredisce, che sembra sempre essere andato via, e invece torna. Torna sempre più forte, più intrusivo, più invasivo. E giù di chemioterapie, pillole, ricoveri, analisi, cure sperimentali.
Fino all’ultimo step: quando ormai la situazione sembrava cronicizzata, il tumore è arrivato al cervello e a Francesca restano da uno a tre mesi di vita.
È il 14 dicembre del 2016 quando Alessandro torna a casa senza Francesca, dopo essere stato al suo funerale. È quel giorno che inizia la sua vita da solo, a fare i conti con la sua assenza che pesa, con i suoi ricordi dolorosi e preziosi.
Mi vivi dentro nasce dal desiderio di raccontare di Francesca, di questa donna piena di vita e di sorrisi che ha lottato con tutte le sue forze contro un male più grande di lei. Non si è mai abbattuta, non ha mai lasciato che il tumore si prendesse la sua gioia. L’ha guardato dritto negli occhi, lo ha sfidato, gli ha tenuto testa finché ha potuto. Poi è stata costretta a battere in ritirata. Perché contro certe condanne che la vita ci regala non possiamo niente. Siamo niente.
Mi vivi dentro è un racconto straziante, doloroso, che annienta e spezza chi legge. È entrare, da spettatore, in una vita e osservarne i sogni, i momenti più belli, le gioie, e poi la fine. È sentirsi quasi di troppo, in imbarazzo, di fronte a qualcosa di intimo e che non andrebbe violato. Qualcosa che non c’è più, momenti che non potranno ripetersi e per questo unici e da proteggere.
Sono entrata nella vita di Alessandro e Francesca a piccoli passi, con timore. Quando ho saputo di questo libro mi sono detta: “lo voglio”. Pur sapendo a cosa andavo incontro, ho trovato la forza e il coraggio necessari – perché, credetemi, ci vuole tanto coraggio – e ho immaginato quanto avrei pianto.
Sento che siamo ancora in quattro, in un certo senso. Cinque, se mettiamo la nostra gattina Zen. Ma il senso id vuoto, il suo peso specifico, talvolta è insopportabile. È come svegliarsi e scoprire di non avere più un braccio. Non c’è bisogno di guardarsi allo specchio per accorgersi che qualcosa non è più come prima.
In realtà le cose sono andate in maniera diversa. Ho pianto, sì, ma non quanto avevo previsto. Perché più che il bisogno di piangere e la tristezza ho provato rabbia, paura, annichilimento.
Siamo così piccoli di fronte a certe cose. Siamo così inutili. La nostra forza, il nostro desiderio di vita è nullo di fronte alla malattia. Perché lei prende. Non guarda in faccia nessuno, non ha pietà, non ha sentimento.
Le prime lacrime sono cadute quando ho letto di Angelica alla cresima senza la sua mamma. Perché se il dolore di pensare a un marito che affronta questo calvario con la donna che ama e poi la vede morire tra le sue braccia è tanto, quello di immaginare due bambini di dieci e otto anni a cui viene strappata la mamma è ancora più grande.
Abbasso la testa, fingo di concentrarmi come si fa in chiesa, ma sto piangendo. Lo so bene cosa c’è in quelle lacrime: l’assenza di Franci. Non tanto e non solo per me. Ma per Angelica, in questo caso. Sta ricevendo la cresima e sua mamma non può sorriderle. Questo è ciò che più stringe lo stomaco quando si pensa alla morte. Non ci sarà mai più un suo sorriso nel giorno giusto, come non ci sarà mai più un suo consiglio, un suo rimprovero, un suo rimbrotto.
La seconda volta che ho pianto è stato quando i bambini si sono ritrovati a fare le prime timide domande sulla loro mamma. “L’ultima volta che ho visto la mamma era arrabbiata con me?”.
“Quanto ci voleva bene la mamma da zero a mille?”.
Quanto ci voleva bene. Voleva. Al passato. Un dolore troppo grande, qualcosa che non si può immaginare. Nessun genitore dovrebbe andarsene prima dei suoi figli, prima di vederli crescere, prima di poterli accompagnare in ogni tappa importante della loro vita. Nessun figlio dovrebbe affrontare la vita senza una mamma, senza quel punto di riferimento intorno a cui ruota il mondo. Nessun figlio merita un dolore simile, come nessuna mamma merita una fine simile.
Il racconto di Alessandro è spietato nella sua fedeltà narrativa. Racconta ogni cosa, senza omissioni, senza provare a indorare la pillola. Racconta ciò che è successo, ciò che è stato strappato loro. Racconta ogni illusione di essere finalmente usciti dal tunnel, ogni sconforto nel sentire che il male nero è ancora lì, presente più che mai e diffuso.
Ma Mi vivi dentro non è solo questo, nonostante questa sia indubbiamente la parte più “forte” del romanzo, quella che resta impressa. Mi vivi dentro è anche la storia di un amore grande, di quelli veri che non scappano di fronte alle difficoltà. Ecco, Mi vivi dentro è il racconto di un amore che resta, che non ha paura di restare anche quando le cose si fanno difficili. Di un amore immenso, eterno, che sfida la sorte e resiste a ogni tempesta. È il racconto di chi vive la malattia in maniera indiretta soffrendo come chi il tumore lo ospita. È il grido silenzioso di chi vive accanto e vede l’amore della sua vita allontanarsi giorno dopo giorno suo malgrado. È il racconto di come si vive il tumore continuando a godere delle piccole gioie della vita, senza privarsi di niente, senza vivere aspettando il momento della fine. Francesca ha vissuto ogni attimo intensamente, finché ha potuto. Senza rammarichi, senza rimorsi, senza rimpianti. Se non quello di non aver potuto vedere i suoi figli crescere.
La morte e l'irreversibilità che ne deriva agisce così, su chi rimane. Crea un senso di colpa postumo tremendo, perché pensi a tutte le parole sbagliate che hai detto, ai gesti che non dovevi fare e che ora vorresti cancellare, ai litigi per stupide questioni che vorresti dimenticare, a tutti quegli istanti che avresti potuto passare con la persona che amavi e che invece hai dedicato ad attività stupide: una partita a tennis, un cinema con i colleghi, una passeggiata da solo. Oggi, tornando indietro, starei al suo fianco giorno e notte. Ma è tardi.
Non vi dico di leggere questo libro. Perché ho sofferto tanto e scrivere questa recensione è stato difficile. Ho rimandato più che potevo, io che solitamente amo scrivere di getto dopo aver terminato la lettura. Non avevo la forza di fare i conti con il foglio bianco di Word. Non sapevo cosa dirvi perché mi sento ancora congelata. Tuttora sono convinta di non essere stata esaustiva, di non aver saputo esprimermi come volevo. Però, come dico sempre, vale la pena leggere di storie come questa. Perché lasciano sempre qualcosa dentro di positivo.
“Alessandro e Wondy, la storia di un amore infinito”.
L’amore.




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